I canti, le danze e i colori delle comunità del Camerun, della Repubblica Democratica del Congo e dell’America Latina hanno animato la veglia missionaria diocesana, celebrata nella Cattedrale di San Ciriaco e presieduta da Mons. Angelo Spina. Fedeli di Paesi e culture diverse, riuniti nella preghiera e uniti dalla stessa fede, hanno testimoniato il significato del tema scelto da Papa Leone XIV per la Giornata Missionaria Mondiale 2026: «Uno in Cristo, uniti nella missione».
Quest’anno la Giornata assume un significato particolare perché ricorre il centenario della sua istituzione. Proprio per celebrare questa importante ricorrenza, la veglia si è svolta nella Cattedrale. Un’occasione per ricordare che la missione non riguarda soltanto chi parte per terre lontane, ma ogni battezzato, chiamato a testimoniare il Vangelo nella propria vita quotidiana.
La celebrazione si è aperta con un canto africano e la processione animata dai fedeli del Camerun e della Repubblica Democratica del Congo, che hanno accompagnato con la danza l’Evangeliario fino all’altare. Il libro dei Vangeli è stato quindi consegnato all’Arcivescovo, che lo ha collocato aperto sull’ambone.
Quattro i momenti che hanno scandito la veglia, attraverso l’ascolto della Parola di Dio, gesti simbolici, testimonianze e preghiere per i cinque continenti. Il primo momento è stato dedicato alla richiesta di perdono per le divisioni, l’indifferenza, la mancanza di ascolto e di accoglienza. Un gesto ha accompagnato la preghiera: alcuni fedeli hanno deposto ai piedi della croce un piccolo sasso, simbolo delle durezze del cuore che ostacolano la comunione, mentre gli altri si sono stretti la mano in segno di fraternità. Il tutto accompagnato da Ukutula, un canto zulù che invita alla pace del cuore e tra tutti i fratelli.
Al centro del secondo momento, la proclamazione del Vangelo di Matteo (28,16-20), con il mandato di Gesù agli apostoli, mentre due testimonianze missionarie hanno caratterizzato il terzo momento. Elisabetta Sardi ha condiviso la sua esperienza di evangelizzazione tra le comunità rom, iniziata 38 anni fa ad Asti e proseguita a Falconara Marittima, dove si è trasferita dopo il matrimonio. Un impegno fatto di incontri, visite nelle famiglie e percorsi di catechesi per bambini e adulti in preparazione ai sacramenti. «Non si può annunciare Cristo senza condividere un pezzo di vita con loro», ha spiegato, sottolineando come la missione richieda vicinanza, ascolto e relazioni autentiche.
Padre Giuseppe Vignato, missionario saveriano e nuovo viceparroco della parrocchia del Santissimo Crocifisso, ha invece raccontato i tanti anni trascorsi nella Repubblica Democratica del Congo. In un territorio vastissimo, dove le distanze rendevano difficile raggiungere frequentemente tutte le comunità, fondamentale è stata la formazione di catechisti e operatori pastorali, protagonisti delle Comunità Ecclesiali Viventi. «In tutti questi anni di missione ho capito che non siamo noi a portare la fede, il Signore l’ha già portata», ha spiegato, paragonando il compito del missionario a quello di chi ravviva una piccola fiamma perché possa crescere.
Le testimonianze sono state intervallate dalle preghiere per i cinque continenti, accompagnate da alcuni oggetti simbolici, deposti ai piedi dell’altare, che hanno rappresentato la cultura, la fede e le sofferenze dei popoli: una lanterna per l’Europa, un cappello africano per l’Africa, una conchiglia per l’Oceania, un telo ricamato per l’Asia e un presepe peruviano in ceramica per le Americhe.
Nel suo intervento, Mons. Angelo Spina ha ricordato che al centro della missione c’è Gesù, che chiama e invia i suoi discepoli. «La chiamata è del Signore, tutti i battezzati sono chiamati a essere uno in Lui», ha sottolineato, spiegando che Gesù manda i discepoli a due a due, perché prima ancora delle parole è la comunione fraterna a testimoniare il Vangelo dell’amore.
L’Arcivescovo ha quindi richiamato i compiti della Chiesa locale, a partire dall’accoglienza delle persone provenienti da altri Paesi. Ad Ancona, ha ricordato, vivono circa 16mila cittadini stranieri, appartenenti a 101 diverse etnie. Una realtà che interpella la comunità cristiana, chiamata ad accogliere chi arriva da terre lontane e ad annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosce, proponendolo e mai imponendolo.
Mons. Spina ha inoltre sottolineato l’importanza della trasmissione della fede, richiamando il cammino di rinnovamento dell’iniziazione cristiana avviato in diocesi, con il coinvolgimento delle famiglie e la formazione dei catechisti. «Le persone devono trovare comunità non giudicanti, ma accoglienti», ha affermato, invitando tutti a testimoniare Cristo morto e risorto e a custodire l’unità: «Dobbiamo essere uniti in Cristo perché il mondo creda, e mai divisi».
Il quarto e ultimo momento è stato dedicato al mandato ai catechisti, agli educatori e agli animatori delle aggregazioni e dei gruppi giovanili, che hanno ricevuto una croce dipinta con i colori dei continenti. Alcuni di loro hanno poi acceso una candela al Cero pasquale, simbolo della luce di Cristo risorto, e hanno trasmesso la fiamma ai lumini degli altri catechisti e animatori. Un gesto per ricordare che la fede non è un dono da custodire soltanto per sé, ma una luce da condividere con gli altri. A ciascuno è stata inoltre consegnata un’immaginetta con una preghiera di don Tonino Bello.
La veglia si è conclusa con l’invio missionario di Francesco Isaac e Samuele, in partenza per la Sierra Leone. I due giovani hanno ricevuto dall’Arcivescovo una croce, segno della loro fede e dell’impegno a testimoniare il Vangelo. Attraverso volti, lingue, culture e testimonianze diverse, la veglia ha così reso concreto il messaggio della Giornata Missionaria Mondiale: essere uno in Cristo per portare insieme, nel mondo, la gioia del Vangelo.
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